Dietro la notizia

Nietzsche aveva intuito che i mass media, insistendo sui fatti quotidiani, ci fanno perdere di vista la più ampia dimensione storico-sociale in cui questi si inseriscono. Non ci parlano del divenire storico, del susseguirsi e dell'intrecciarsi di vicende che producono cambiamenti lenti e di durata o a volte bruschi. Così, catturati dalle notizie, ci formiamo una rappresentazione della realtà appiattita nell'oggi, in cui le cose sembrano uscite dal nulla e l'assetto esistente appare scontato. Pensiamo di conoscere il mondo, ma ci illudiamo perché non ci interroghiamo sui retroscena in divenire. Oggi questo si considera uno degli effetti dei mass media, solitamente chiamato dilatazione del presente.  

Nella concezione di Nietzsche i mass media erano una barriera che impediva all'uomo di superare i propri limiti e divenire uno "spirito libero", cioè un essere abituato a dubitare, interrogarsi, conoscere e andare oltre i luoghi comuni. In Umano, troppo umano, del 1878, a proposito della politica scrive così.

Se si considera come ancora oggi tutti i grandi eventi politici si insinuino in scena segretamente e velati, come vengano nascosti da avvenimenti insignificanti e appaiano piccoli in loro vicinanza, come solo molto tempo dopo il loro prodursi mostrino i loro profondi influssi e facciano tremare il suolo: quale importanza si può allora annettere alla stampa, qual essa oggi è, col suo giornaliero dispendio di polmoni, per gridare, per assordare, per eccitare e per spaventare - è essa più del cieco chiasso permanente, che svia le orecchie e i sensi in una falsa direzione?

 
luglio 2020

Quotidianamenti informati sulla vicenda

del coronavirus: e la globalizzazione?

by Parisio Di Giovanni

Una informazione per container

I mass media ci informano continuamente sulle decisioni governative riguardo alle misure per il contenimento dell’epidemia, gli aiuti economici, la formazione di commissioni di esperti. Ci tengono aggiornati sugli orientamenti delle regioni, come sulle trattative a livello europeo. Raccontano esperienze e episodi di vario genere che accadono da noi. Parlano anche di quel che accade in altri paesi e a volte fanno confronti.

Tutta questa informazione è miope e non riesce a vedere la realtà come oggi è. Inquadra i fatti in uno scenario che non è quello attuale, senza tener conto delle grandi trasformazioni storico-sociali in cui siamo immersi. Sembra che la nostra società sia quella del paese in cui viviamo, che è definito dallo Stato italiano, sovrano sul suo territorio e sul popolo italiano, con la sua identità. Ci sono poi altre società esterne, dove sovrani sono altri Stati, con i quali il nostro intrattiene rapporti. Senonché siamo in piena globalizzazione e come già negli anni Ottanta aveva detto il sociologo e antropologo inglese Peter Worseley (1984) la nostra società ormai è “la società umana”.

Ulrich Beck (1997), in un testo che è un classico della sociologia della globalizzazione, chiama l’idea che ci siano tante società, ognuna col suo territorio, popolo e governo, “teoria della società come container”. Ma davvero siamo in un mondo dove non possiamo pensare più per container? A prima vista sembra sensato che lo scenario mondiale sia fatto di molti paesi, nazioni che intrattengono relazioni politiche tra loro. A una attenta analisi però, se andiamo oltre l’ovvio, ci rendiamo conto che non è così.

É stato il sociologo statunitense

 Charles Wright Mills a introdurre il concetto di immaginazione sociologica.

Si tratta della capacità di uscire dal proprio ristretto angolo di visuale per comprendere il contesto storico-sociale in cui viviamo. Richiede più abilità e non è facile averla. Quando però sono in corso cambiamenti che impattano sulle nostre vite avere immaginazione sociologica è importante.

Dalla politica internazionale alla post-internazionale

Quando pensiamo per container ci concentriamo sugli Stati. Sono questi infatti a creare i container esercitando la loro sovranità su popolo e territorio. Se guardiamo però al panorama politico-istituzionale scopriamo che accanto agli Stati ci sono molti attori non statali.  Abbiamo le multinazionali, gli organismi sovranazionali (come le Nazioni Unite, l’ONU, con le sue numerose diramazioni o l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l’OCSE) le Organizzazioni Non Governative, le ONG (soggetti privati senza fini di lucro impegnati in attività diverse, in genere con fini sociali e umanitari), movimenti con varie finalità. Questi soggetti, anche se in qualche misura rispondono agli Stati, hanno un potere che gli Stati non controllano.

Le multinazionali hanno notevole potere economico: le più grandi hanno un fatturato superiore al PIL di molti stati, sono più di 80.000 e movimentano capitali enormi. Diversamente dal passato poi oggi sono aziende distribuite sul territorio mondiale e capaci di spostarsi, per cui non sono legate a uno specifico paese. A volte finanziano ricerche scientifiche, sostengono movimenti di opinione e possono mettere in discussione Stati e altri soggetti con azioni comunicative mirate.

Anche altri soggetti non statali, come ONG o movimenti, possono usare il potere della comunicazione nei confronti degli Stati. Possono rivolgersi a una platea mondiale con la quale i governi poi devono fare i conti. Del resto i governanti, preoccupati di non perdere il consenso nel proprio paese, sono attenti alle opinioni che circolano.

C’è un fatto importante. Gli Stati hanno il monopolio del potere sul proprio territorio e tra loro, a livello internazionale, trattano. I nuovi attori della scena mondiale si muovono però principalmente nello spazio transnazionale. È uno spazio franco, dove gli Stati non hanno giurisdizione. È uno spazio nuovo, senza confini, fluido, creato dai contatti e dai rapporti che i nuovi attori instaurano tra loro e con la popolazione mondiale, grazie allo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni.

Capiamo come mai già trent’anni fa il politologo statunitense James Rosenau (1990) aveva sostenuto che nel corso della seconda metà del Novecento siamo passati dalla politica internazionale, fatta dagli Stati e dalle relazioni tra Stati, alla post-internazionale, in cui gli Stati vedono significativamente ridimensionato il loro ruolo e il loro potere.

Noi continuiamo a pensare per container perché restiamo nella nostra sfera, nel piccolo mondo che in qualche misura conosciamo e controlliamo, e non allarghiamo lo sguardo a tutto quel contesto storico-sociale in trasformazione, che condiziona quel nostro piccolo mondo, ormai sempre meno controllabile.

Proviamo a guardare dal basso

Fino a che ci limitiamo a osservare che siamo passati da un assetto internazionale a uno post-internazionale potremmo non cogliere ancora la globalizzazione, non vedere una vera e propria società mondiale. Non c’è infatti un’organizzazione, un ordine mondiale. Abbiamo solo una molteplicità di soggetti potenti in interazione. Possiamo avere l’impressione che rispetto al passato è accaduto semplicemente che gli Stati hanno perso potere e si sono aggiunti nuovi attori nella scena mondiale.

Non sappiamo se un domani avremo una qualche forma di organizzazione mondiale. In ogni caso, se pensiamo che debba esserci un’organizzazione per dire che c’è una società globale, stiamo sbagliando. Come ha osservato Beck (1997), quando ragioniamo così restiamo ancorati all’idea di società che ci siamo formati guardando a quelle statali, degli Stati moderni in particolare. Lo Stato moderno, col suo potere, ha organizzato la vita sociale in modo da renderla qualcosa di formalmente strutturato, con l’istruzione, la sanità, il lavoro, la giustizia, le imprese, la pubblica amministrazione e gli altri settori. Può esserci una società però anche senza una struttura formale del genere. Del resto prima della nascita delle società statali, per più del 90% della sua storia, l’umanità è vissuta in società prive di quella strutturazione che siamo portati a dare per scontata.

Capiamo che stiamo sbagliando se cambiamo prospettiva. Invece di guardare alla società dall’alto, badando alle istituzioni, le organizzazioni, gli status i ruoli, le stratificazioni, guardiamola dal basso, concentriamoci sulla vita sociale delle persone. Scopriamo allora che a livello globale ci sono interazioni, comunicazioni, relazioni, regole più o meno esplicite, reti sociali, conoscenza reciproca, coscienza di appartenere alla stessa realtà. I soggetti di queste dinamiche mondiali non sono grandi attori potenti. Ciascuno ha un potere limitato, ma agendo, con la somma delle loro azioni, creano un mondo sociale. Ecco che non ci sembra più una esagerazione dire che oggi viviamo in una società mondiale. Alcuni studiosi, come Manuel Castells (2000, 2011), hanno esaminato la società globale a partire delle reti sociali e parlano di Network Society.

Quando passiamo da uno sguardo dall’alto a uno dal basso, cambia il concetto di potere che adoperiamo. Nel primo caso ragioniamo in termini di potere su, power over, che Max Weber, uno dei maestri della sociologia, definisce “qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte a un’opposizione, la propria volontà”. Vediamo le strutture sociali e le trasformazioni prodotte essenzialmente esercitando questo potere da parte di Stati e altri attori che lo posseggono. Se invece guardiamo la società globale dal basso, ci concentriamo su quella costruzione sociale e quei cambiamenti generati, quasi insensibilmente, dall’esercizio diffuso del potere con, power with, cioè come dice Hannah Arendt, studiosa del totalitarismo, servendoci di quella forza che viene dalla “capacità umana di agire di concerto”.

Di fronte a una grave emergenza globale possiamo ancora pensare per container?

Quando nasce un problema globale, che tocca tutti gli abitanti del mondo, la tradizionale politica internazionale mostra la sua debolezza. Difficilmente il problema può essere risolto da uno Stato con l’esercizio della propria sovranità o grazie ad accordi diplomatici tra Stati. Occorre che tutti i soggetti in gioco agiscano di concerto, che prendano coscienza che il problema riguarda tutti e trovino il modo di coordinarsi e essere sinergici, nell’ottica del potere con, più che del potere su. Questo significa uscire dai container e muoversi nello spazio franco transnazionale, mettendo in secondo piano sovranità e frontiere.

Negli ultimi decenni sono emersi vari problemi globali, da quelli ambientali agli energetici, al terrorismo o crisi economiche e altri ancora. Di fatto alcuni, come quello ambientale, c’erano da secoli, solo che erano mancate possibilità, sensibilità e capacità per accorgersene. I problemi globali degli ultimi decenni sono state sfide che hanno incrinato la tradizionale politica internazionale. Ad esempio, il problema ambientale vede coinvolti soggetti non statali, dalle industrie multinazionali a movimenti e associazioni, oltre agli Stati, che in faccende del genere hanno poco margine di manovra.

La pandemia del coronavirus si profila una sfida più seria dei precedenti problemi globali. Per affrontarla non basta che agiscano di concerto i grandi attori della scena mondiale. Devono essere coinvolte anche persone, comunità, popolazioni nella loro vita quotidiana. In gioco sono sia la società mondiale vista dall’alto, sia quella vista dal basso. Interventi di concerto e potere con vanno estesi al basso, non limitati ai potenti (quelli con più potere su) del mondo.

La gente del mondo deve collaborare per contenere la pandemia, evitare che persistano focolai e la diffusione si riaccenda, almeno fino a che non avremo armi mediche disponibili e utilizzate dappertutto (non basta averle). È illusorio pensare di costringere tutti col potere su: norme e repressione si accompagnano tipicamente ai comportamenti elusivi, che in un contesto del genere, pure se limitati, sono in grado di farci perdere il controllo sanitario. Abbiamo bisogno che persone e collettività si impegnino con convinzione.

Riflessioni analoghe valgono per il problema economico. Possiamo pensare che l’intervento pubblico con finanziamenti tesi a incentivare i consumi e la domanda aggregata, secondo un approccio keynesiano o neokeynesiano, sia sufficiente. Stiamo trascurando però quel che accade nelle menti dei consumatori e le dinamiche psico-sociali dei consumi. Quella legata alla pandemia non è una qualsiasi crisi economica.  È una crisi economico-sociale.

A provocare una diffusa riconfigurazione e contrazione dei consumi può essere il senso di incertezza generato da uno sconvolgimento senza precedenti. Certi consumi sono scoraggiati da timori di contagio o da una fruizione insolita, dovuta alla distanza sociale o altre pratiche preventive. C’è poi il fatto che le persone improvvisamente hanno scoperto che le loro vite sfuggono al loro controllo, perché condizionate dagli eventi storico-sociali. Questa esperienza può portarle a sentirsi insicure, a perdere lo slancio verso una vita costruttiva e di autorealizzazione e di conseguenza a ridimensionare i consumi. La pandemia ha anche cambiato la visione del tempo libero, invenzione moderna che è spazio di molti consumi e di pianificazione di una vita da consumatori.

Potremmo andare oltre con l’analisi, ma sembra proprio che gli interventi economici degli Stati siano destinati ad avere effetti limitati. Ci vuole un coinvolgimento collettivo delle persone, che devono prendere coscienza della situazione, decifrare la realtà nella sua complessità e regolarsi di conseguenza con saggezza.

E il potere statale?

Una vicenda quale quella della pandemia del COVID-19 ridimensiona significativamente il potere degli Stati. I mass media ci danno l’impressione contraria: che gli Stati siano di enorme importanza, che tutto dipenda da loro, per cui emerge la loro forza. Da un lato in questo c’è del vero, nel senso che gli Stati sono chiamati a fare una parte significativa. Proprio questo però li rende deboli e può svelare la loro debolezza.

Nello scenario mondiale gli Stati sono già da tempo fragili, per via del fatto che si sono affacciati altri attori potenti e perché non controllano lo spazio transnazionale. Hanno continuato comunque a comportarsi come se avessero il potere di prima, cimentandosi in schermaglie e giochi competitivi. Di fronte alla pandemia non possono più permetterselo, pena rischiare una sconfitta di tutti.

Anche all’interno gli Stati sono da tempo in crisi, per la difficoltà a mantenere la sovranità su territori definiti (basta pensare allo sviluppo di comunicazioni e trasporti), le pressioni dal basso (di movimenti o altre realtà), la crisi del diritto (soprattutto lento rispetto ai cambiamenti e motivo di confusione tra giustizia e volontà statale) e degli apparati statali (cresciuti in maniera spropositata a fronte di una perdita di efficienza). C’è anche una crisi di credibilità e di legittimità.

Quando si è passati dallo Stato liberale, in cui le élite governavano anche per conto della massa, agli Stati democratici e di welfare, suffragio universale e servizi non avevano solo finalità etiche, ma miravano pure a legittimare un aumento di potere e di richieste ai cittadini in termini di tassazione, di impegno e di effettiva esclusione dalla partecipazione alla gestione degli interessi collettivi. Per dirla diversamente, il paternalismo tipico dello Stato liberale non è venuto meno, ma ha cambiato faccia: è divenuto un paternalismo prosociale o assistenziale, in nome del rispetto del popolo sovrano e del suo benessere. Molte persone, seppure con diversi livelli di consapevolezza, hanno colto l’ambivalenza dello Stato e hanno cominciato a vederlo come una controparte, a cui chiedere o da cui difendersi.

Con la sfida del COVID-19 gli Stati rischiano ora seriamente di deludere le aspettative, mostrandosi incapaci di dare ai cittadini protezione e sicurezza. Le difficoltà sono oggettive, l’incertezza e certe ricadute negative sono inevitabili, ma i cittadini possono comunque avere l’impressione che la politica non abbia fatto abbastanza e guardare all’altra faccia dello Stato, quella di un soggetto che elargisce e promette per legittimare tutto ciò che pretende. D’altro canto il ricorso al potere per esercitare il controllo nell’emergenza rischia di turbare la percezione di uno Stato democratico e rispettoso del popolo. Proprio il paternalismo su cui hanno fatto leva per avere credibilità e legittimità può portare a una perdita di credibilità e legittimità degli Stati.

Stato e cittadini: è l’ora dell’empowerment?

Il paternalismo degli Stati democratici e di welfare, seppure improntato al rispetto e al bene delle persone, ha trattato queste come ricettori passivi di servizi. Non ci si è preoccupati di dotarle di padronanza, di capacità di affrontare autonomamente i problemi. È mancato l’empowerment: non sono state intraprese azioni tese a sviluppare nei cittadini conoscenze, abilità, sicurezza di sé, facoltà di manovra così da renderli capaci di gestire al meglio le loro faccende, comprese quelle legate al rapporto con lo Stato. Se ci si fosse impegnati lungo la via dell’empowerment, avremmo avuto contesti sociali più giusti e più umani, perché il potere su degli Stati sarebbe stato moderato dal potere con dei cittadini e gli uni e gli altri ne avrebbero tratto vantaggio.

Con la pandemia da coronavirus il difetto di empowerment dei cittadini viene fuori. Molti non sanno decifrare la situazione, né come muoversi, vuoi dal punto di vista sanitario, vuoi psico-sociale o economico. Magari pensano di delegare ai vertici e alle istituzioni, mentre in situazioni come queste si può far poco se non si agisce di concerto a tutti i livelli.

Le fantasticherie sulla deglobalizzazione

Intanto qualcuno sogna la deglobalizzazione, pensa che si possa tornare indietro, uscire dalla società mondiale e rinchiudersi nel proprio container. È un sintomo del difetto di empowerment. Chi fantastica così non ha idea di che cosa sia la globalizzazione: questa è un intreccio di processi lungo molteplici dimensioni diverse, che nessuno controlla.

Parisio Di Giovanni

RIFERIMENTI

Beck U. (1997) Was ist Globalisierung? Frankfurt: Suhrkamp Verlag; trad. it. Che cos’è la globalizzazione, Roma: Carocci, 1999

Castells M. (2000) Materials for an exploratory theory of the network society. British Journal of Sociology, 51, 5-24

Castells M. (2011) The rise of the network society. Hoboken: Wiley Blackwell

Rosenau J. (1990) Turbulence in world politics. A theory of change and continuity. Princeton: Princeton University Press

Weber M. (1922) Wirtschaft und gesellschaft. Tubingen: Mohr; trad. it. Economia e società. Milano: Edizioni di comunità, 1961

Worsley P. (1984) The three worlds: culture and world development. London: Weidenfeld & Nicolson