C'è chi dice che

Circolano tante convinzioni. Le persone ci credono fermamente e sono ancora più sicure se altri sono d'accordo. Peccato che spesso gli studi dicono che quelle convinzioni sono false e il consenso non ha nulla a che vedere con la verità.

dicembre 2020

LA SCIENZA DICE CHE DOBBIAMO 

VACCINARCI PER IL COVID-19

MA È VERO?

by Parisio Di Giovanni

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La questione del vaccino è  seria e complessa. Conviene avere idee chiare e ragionare con logica e saggezza

Il vaccino come soluzione garantita dalla scienza

Il vaccino viene presentato come la soluzione alla crisi della pandemia, soluzione che è dietro l’angolo. Esperti e altri personaggi ospiti dei mass media lasciano intendere che l’intento di vaccinare diffusamente la popolazione ha alle spalle la scienza a dargli forza e credibilità. Quando il vaccino sarà disponibile e si comincerà a usarlo, avremo garanzie scientifiche che è efficace e sicuro.

La riluttanza e gli attacchi ai riluttanti

Nonostante la grave crisi che stiamo attraversando e queste rassicurazioni, c’è una quota significativa di persone riluttanti a vaccinarsi. È un fenomeno diffuso, come indicano ricerche condotte in vari paesi del mondo.  Per contrastarlo spesso ci si appella ancora alla scienza. Chi esita o si oppone – si dice – è disinformato, fuorviato da idee non fondate, non vagliate scientificamente, presenti sul web o che circolano sui social: è vittima dell’infodemia.

Sui riluttanti si punta il dito chiamandoli anche no vax. Propriamente i no vax sono i genitori che rifiutano le vaccinazioni dei bambini, magari sulla base di false convinzioni. Classico il caso del rifiuto di vaccinare i figli per il rischio di autismo, rischio risultato di studi che la ricerca successiva aveva smentito. Senonché nel caso della vaccinazione contro il COVID-19 siamo in tutt’altra situazione. Virus e vaccino sono nuovi, l’urgenza spinge a cercare di arrivare al vaccino rapidamente e parliamo di vaccinare estesamente la popolazione.

In alcuni casi si parla di negazionisti, usando impropriamente un termine che sta a indicare le correnti che hanno messo in dubbio contro l’evidenza fatti storici, quali i totalitarismi e autoritarismi del XX secolo. A parte l’uso improprio del termine, va detto che un conto è avere perplessità sulla vaccinazione, altro è negare l’evidenza della grave pandemia in corso. Si compiono salti logici e si ricorre a certi termini pur di disprezzare la controparte.

Tra i riluttanti verosimilmente ci sono persone disinformate e con false credenze. Tuttavia etichettare come affetto da infodemia o no vax o negazionista chi ha dubbi è usare un espediente retorico scorretto. Trasferiamo all’attuale concetti del passato, dell’era pre-coronavirus, e parliamo di vaccini diversi, con una lunga storia di ricerche e di utilizzo e garanzie solide di efficacia e sicurezza. Stiamo falsificando le cose pur di squalificare gli interlocutori e far leva sull’argumentum ad personam: quello che sostengono i non propensi a vaccinarsi è errato perché sono persone ignoranti, quando non spregevoli. Si tratta di un’argomentazione non logica, perché una persona può avere un’idea esatta anche se è ignorante o ha altri difetti: per stabilire che cosa è vero o falso non dobbiamo guardare alle persone che hanno questa o quella idea, ma analizzare la realtà, parlare dei fatti, non delle persone.

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C’è poi qualcosa di paradossale negli attacchi a quella parte della popolazione contraria o perplessa sulla vaccinazione contro il COVID-19. A muoverli sono governanti o esponenti di istituzioni. Da decenni in sanità si insiste sulla necessità di promuovere l’alfabetizzazione sanitaria e l’empowerment dei cittadini, di rendere questi più competenti in materia sanitaria, più capaci di documentarsi e di gestire i problemi di salute. Gli studi indicano chiaramente che, a parte altri vantaggi, avere una popolazione così migliora la prevenzione, le cure e il livello di salute, specie nelle patologie croniche, che sono una sfida di oggi, tanto che azioni tese all’alfabetizzazione sanitaria e all’empowerment andrebbero considerate parte integrante dell’attività sanitaria. Possiamo approfondire questo tema sul sito del convegno Fare empowerment: verso una sanità migliore.  La pandemia in corso svela che siamo arretrati, che nonostante l’esigenza sia nota da decenni, non ci si è seriamente impegnati nel lavoro di promuovere nella cittadinanza alfabetizzazione sanitaria e empowerment. Ora proprio chi avrebbe dovuto fare questo lavoro accusa la gente di infodemia, di essere disinformata. A ben guardare sta accusando se stesso.

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Nel convegno Fare empowerment-verso una sanità migliore del 2016 varie realtà sanitarie italiane impegnate in esperienze di empowerment, più o meno consolidate, si sono confrontate. Sul sito viene illustrato abbastanza approfonditamente l'empowerment in sanità, dai concetti di base, ai tre livelli: l'empowerment di pazienti e cittadini, professionale e organizzativo.

Assistiamo ad attacchi nei confronti di chi solleva dubbi sul vaccino anche in dibattiti tra esperti che i mass media diffondono. Vale qui lo stesso principio di non farsi ingannare dall’argumentum ad personam, lasciar perdere i discorsi sulle persone e badare alle cose di cui si parla. Non è importante chi è lo studioso che ha dubbi sul vaccino, quali titoli ha, qual è il suo curriculum, l’attività che svolge o altre sue caratteristiche personali. Quel che conta è su quali basi fonda le sue perplessità.

Teniamo presente che nella scienza attuale l’appello all’autorità non ha valore. Una idea non può essere ritenuta vera per il solo fatto che la sostiene un esperto qualificato. Bisogna sempre chiedersi se quell’esperto conosce davvero l’argomento, se ha studiato la letteratura scientifica in merito e, visto che la ricerca progredisce velocemente, quanto tempo fa l’ha studiata e se è in buona fede. A rigore, se siamo in grado, dovremmo anche andare a controllare. Tra l’altro chi aggredisce un altro studioso che sostiene tesi diverse dalle sue sta mostrando di non essere un buon ricercatore. Requisiti per essere un buon ricercatore sono l’autenticità, la tendenza a capire come stanno veramente le cose, non a prevalere e imporsi, e l’apertura, l’essere cioè sempre pronti a confrontarsi e prendere sul serio le critiche da qualsiasi parte vengano (Bianchi A. e altri, 2016). Il vero scienziato è così, un amante della verità, umile, non supponente, ma, ahimè, è raro incontrarne.

In ogni caso, se vogliamo vederci chiaro dobbiamo lasciar perdere queste schermaglie e interrogarci su come effettivamente stanno le cose, a partire dall’affermazione chiave: a dire che dobbiamo vaccinarci è la scienza.

Ma la scienza non ha certezze

La ricerca scientifica non è attualmente in grado di fornirci risposte certe sull’efficacia che può avere un vaccino contro il COVID-19 e neppure sui possibili effetti collaterali e sulla sua sicurezza. Non lo sarà neppure una volta terminate le sperimentazioni. Per rendercene conto ci basta esplorare la letteratura scientifica. Sul web possiamo entrare in “Google Scholar”: siamo in un motore di ricerca che seleziona le pubblicazione scientifiche. Utilizziamo parole chiave come “COVID-19 vaccine efficacy” o "COVID-19 vaccine safety”. Gli articoli che escono sono molti e a rigore dovremmo passarli in rassegna attentamente. Qui propongo di leggerne due, che mi sembrano interessanti, uno sull’efficacia e uno sulla sicurezza.

COVID-19 vaccine efficacy

COVID-19 vaccine safety

Dubbi sull'efficacia

What defines an efficacious COVID-19 vaccine? A review of the challenges assessing the clinical efficacy of vaccines against SARS-CoV-2 è un articolo di Susanne H. Hodgson e altri ricercatori dell’Università di Oxford, pubblicato a fine ottobre 2020 su The Lancet – Infectious diseases. Gli autori cominciano con l’osservare che, vista la gravità della situazione, il vaccino rappresenta una risorsa importante. Tuttavia subito aggiungono che valutare l’efficacia di un candidato vaccino è difficile, è qualcosa di complesso, una vera e propria sfida. Dicono chiaramente che non possiamo ragionevolmente aspettarci che si stabilisca se il vaccino funziona davvero in fase 3, bisogna aspettare la fase 4.

La fase 3 è quella di sperimentazione clinica che precede l’approvazione delle Agenzie Regolatorie, quali l’FDA (Food and Drug Administration) negli USA o l’EMA (European Medicines Agency) in Europa, organismi pubblici che valutano i medicinali prima che siano messi in commercio e li tengono sotto monitoraggio dopo. La sperimentazione di fase 3 è su volontari ed è in doppio cieco: a una parte dei volontari viene somministrato il vaccino, all’altra no e si confrontano i risultati. Nel caso del vaccino contro il COVID-19 le agenzie regolatorie sono orientate a concedere una autorizzazione di emergenza, EUA (Emergency Use Authorization), se i risultanti di una sperimentazione di fase 3, seppure breve, dovessero suggerire che i benefici superano i rischi. Sarà poi la fase 4 a fornire maggiori garanzie. La fase 4 è di vigilanza durante l’uso: quando il vaccino approvato viene somministrato estesamente alla popolazione, si tengono sotto controllo gli effetti e si fa una valutazione più affidabile. Capiamo come mai gli autori dell’articolo sono scettici circa la possibilità di stabilire l’efficacia in fase 3: la sperimentazione è su numeri piuttosto piccoli (qualche decina di migliaia di persone) e soprattutto è di breve durata.

Qui tocchiamo un punto delicato. Si sente dire che i tempi brevi sono legati al fatto che si sono snellite le procedure burocratiche e di valutazione, si è investito, si fa ricorso a metodologie avanzate, c’è stretta collaborazione tra Agenzie e case farmaceutiche. Sono discorsi rassicuranti, che però omettono il nocciolo della questione: una sperimentazione di pochi mesi non può darci garanzie sui risultati per via del tempo breve, a prescindere da come viene condotta.

Gli autori dell’articolo illustrano diversi limiti della valutazione dell’efficacia in fase 3. Ad esempio, la sperimentazione breve ci lascia col dubbio sulla durata della protezione. In effetti esperienze precedenti con vaccini antivirali, come nel caso della dengue, suggeriscono che l’efficacia può venir meno nel tempo, dopo mesi o qualche anno (Su S. e altri, 2020; Snow G. E. e altri, 2014). È possibile che il virus muti col passare del tempo, per cui l’immunità nei confronti della variante precedente ottenuta con quel vaccino non funziona più. Sembra che il SARS-Cov-2, il virus del COVID-19, muti lentamente. Tuttavia, come notano gli autori, proprio un vaccino efficace può stimolare le mutazioni.

Può accadere poi che il vaccino, aumentando le difese, riduca la gravità della malattia e le manifestazioni sintomatiche. Dopo la vaccinazione possiamo avere perciò persone asintomatiche o con modesti sintomi, che non vengono riconosciute come portatrici del virus e lo trasmettono, diventano fonte di diffusione del contagio. Come giustamente ha osservato Naor Bar Zeev (2020), del Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, in questo modo la vaccinazione può avere un effetto paradossale di aggravamento della pandemia: le persone vaccinate, sentendosi sicure, possono comportarsi liberamente e, se sono infette, spargere il virus. Nelle sperimentazioni di fase 3 i ricercatori si concentrano sulla riduzione dei casi di malattia sintomatica. Bisognerebbe però controllare attentamente i casi di portatori del virus che non hanno evidenza di malattia. Tuttavia questo è difficile. Nel loro articolo Susanne H. Hodgson e colleghi fanno notare che, anche se in fase 3 si sottoponessero continuamente a test i partecipanti alla sperimentazione, rimarrebbero comunque dubbi. I test diagnostici non sono infatti abbastanza sensibili, cioè capaci di individuare quanti più casi possibili di infezione. C’è un significativo numero di falsi negativi, cioè persone che hanno l’infezione, ma risultano negative al test. Tant’è che abbiamo presunti pazienti, persone considerate affette dal virus in base al quadro clinico, nonostante ripetuti test siano negativi.

Susanne H. Hodgson e colleghi esaminano anche limiti metodologici della sperimentazione di fase 3. Si soffermano sul fatto che ci sono fattori indipendenti dal vaccino che possono interferire con i risultati, come una esposizione diversa al virus dei partecipanti alla sperimentazione, ad esempio perché alcuni hanno più contatti sociali di altri o adottano un diverso grado di misure protettive. Negli esperimenti è normale che ci siano fattori che interferiscono sui risultati, sono le cosiddette variabili intervenienti. Per essere rigorosi bisogna tenerli sotto controllo. È davvero difficile però farlo in una sperimentazione clinica come quella della fase 3. Di conseguenza l’efficacia potrà essere valutata meglio in fase 4, quando si farà una sorta di sperimentazione di massa e impareremo a cose fatte, dalla storia. Non c’è da stupirsi: la scienza ha i suoi limiti e non va mitizzata.

Dubbi sulla sicurezza

I dubbi sulla sicurezza sono quelli che ci interessano di più. Tendiamo a concentraci sugli effetti collaterali perché ci impressionano e ci sembra cruciale evitarli. In realtà, a essere razionali, sono importanti anche le considerazioni sull’efficacia. Per valutare un vaccino da utilizzare dobbiamo stabilire se giudichiamo l’efficacia prevedibile tale da giustificare i rischi prevedibili.

Tuttavia è pur vero che, come osservano gli autori dell’articolo sulla sicurezza scelto (Su S. e colleghi, 2020), siamo in una situazione del tutto particolare in cui la sicurezza ha un’importanza decisiva, superiore a quella che di solito le si dà in valutazioni del genere. Diversamente da altri virus, quello del COVID-19 è ad alta contagiosità e a bassa mortalità. Per questo siamo arrivati a una impressionante diffusione mondiale.

Nel caso di virus ad alta mortalità e bassa contagiosità, come l’Ebola, l’obiettivo della vaccinazione è combattere una malattia grave e poco diffusa. Perciò la vaccinazione può essere mirata su una popolazione ristretta e certi rischi del vaccino sono accettabili per via dell’alta mortalità. Ora invece ci troviamo a tentare di mettere fine alla pandemia vaccinando una popolazione vastissima in tutto il mondo. Questa inedita sfida, come dicono gli autori dell’articolo, innalza ulteriormente l’asticella della sicurezza, further raises the safety bar. Se arrivassimo – osservano - a vaccinare l’intera popolazione mondiale e dovessimo avere un 1% di reazioni avverse, ci sarebbero 78 milioni di persone colpite. Nella letteratura scientifica ricorrono avvertimenti sul grande rilievo che assume il problema della sicurezza. Shibo Jiang, virologo della Fudan University di Shanghai, conclude un suo articolo col detto measure twice, cut once, misura due volte e taglia una volta.

L’articolo scelto si intitola Learning from the past: development of safe and effective COVID-19 vaccines. Scritto da ricercatori di virologia molecolare e immunologia virale della Fudan University di Shanghai e del Kimball Research Institute di New York, è stato pubblicato in ottobre su Nature Reviews Microbiology. Esperienze di sviluppo di vaccini antivirali che in passato hanno mostrato di essere dannosi possono insegnarci come muoverci con la dovuta prudenza. Dalle esperienze del passato abbiamo appreso che i vaccini antivirali hanno la potenzialità di aggravare paradossalmente la contagiosità e ancor più la gravità della malattia, se un soggetto contrae l’infezione nonostante sia stato vaccinato. Il fenomeno è dovuto a reazioni immunitarie distorte, vuoi di anticorpi, vuoi di cellule immunitarie quali i linfociti T helper di tipo 2, che portano a riduzione delle difese e infiammazioni anche gravi e diffuse. Gli autori parlano di aumento della malattia associato al vaccino, vaccine associated disease enhancement (VADE).

Negli anni ’60 c’è stato il tragico fallimento della sperimentazione clinica del vaccino per RSV (Respiratory Syncytial Virus), il virus respiratorio sinciziale responsabile di polmoniti infantili (Kim H. V. e colleghi, 1969). Inizialmente il vaccino sembrava ben tollerato ed efficace. Successivamente però è accaduto che la maggior parte dei partecipanti allo studio ha dovuto essere ricoverata in ospedale e un neonato è morto. Il meccanismo era l’anomala risposta immunitaria, il VADE. Gli autori dicono che nei 50 anni che ci separano da questa tragica esperienza abbiamo imparato che è assolutamente necessario monitorare la sicurezza dei vaccini prima di adoperarli su vasta scala, non importa l’urgenza del momento. Parlano poi di esperienze di altri vaccini, contro dengue, SARS, MERS, da cui emergono rischi simili, in particolare negli studi su animali.

L’articolo si addentra anche su una questione assai importate: per accertare se ci sono effetti collaterali legati a anomale risposte immunitarie ci vuole tempo, per cui la fretta di arrivare a disporre del vaccino è controproducente. Ci vuole tempo perché il VADE, l’aumento della malattia associata al vaccino si manifesta quando la persona si ammala dopo essersi vaccinata. Questo però accade a distanza di tempo, quando le difese generate dal vaccino calano e/o compaiono varianti del virus. D’altra parte è illusorio pensare che possiamo prevedere certi effetti mediante test, come il rapporto tra tasso di anticorpi neutralizzanti, cioè in grado di bloccare il virus, e non neutralizzanti. Solo il controllo nel tempo ci dirà se abbiamo garanzia circa questi effetti dannosi.

La realtà è un'altra

La scienza non ci fornisce garanzie sulla efficacia e la sicurezza del vaccino. Possiamo avere indicazioni utili grazie alla sperimentazione di fase 3, ma senza certezze. Il rischio della vaccinazione di massa è serio. Tuttavia di fronte a noi c’è lo scenario di una catastrofe mondiale: sistemi sanitari sotto pressione e prossimi a crollare, le economie profondamente in crisi, la vita sociale sconvolta per i cambiamenti della quotidianità, l’avanzare della povertà, di disuguagliane e tensioni sociali, la perdita di credibilità degli stati democratici e di welfare, con crisi del potere di governi e istituzioni, a cominciare dalle sanitarie. Fino ad ora (salvo alcuni paesi al mondo, come il Giappone) non si è riusciti a gestire adeguatamente la pandemia con le misure adottate, per cui il vaccino sembra una risorsa sulla quale puntare, nonostante le incertezze.

La realtà è che siamo alle prese con una scelta difficile e assai delicata, un dilemma. Su un piatto della bilancia dobbiamo mettere i dubbi sulla vaccinazione di massa, sull’altro la preoccupazione per la catastrofe mondiale che si profila e che subdolamente si sta già insinuando. Ecco che il vaccino appare una scommessa: se scegliamo la via della vaccinazione di massa, giochiamo questa carta pur non avendo certezze, per tentare di evitare la catastrofe. Pagheremo probabilmente un prezzo, che per noi può essere giustificato se consideriamo i rischi di non scommettere.

Non è facile essere razionali in una decisione del genere. Ciascuna scelta può avere dietro errori di ragionamento. Ad esempio, possiamo rinunciare alla vaccinazione di massa influenzati dal bias dell’omissione: considerare più gravi i danni provocati dal portare avanti un’azione (vaccinare) e meno gravi quelli che derivano dall’astenersi da quell’azione (non vaccinare). La scelta di procedere con la vaccinazione di massa può risentire dell’errore di persistenza: restiamo dell’idea che non abbiamo alternative, che non esistono modalità di gestione della pandemia più efficaci di quelle adottate nonostante evidenze contrarie, della ricerca scientifica o di esperienze di altri paesi.

Il problema etico

Il dilemma della vaccinazione trascina in un complesso problema etico. Tanto per cominciare bisognerebbe essere del tutto trasparenti. Governanti e altri soggetti che hanno responsabilità decisionali dovrebbero presentare le cose come stanno, cioè dire chiaramente che siamo in una situazione drammatica e che il vaccino è una scommessa, una possibile via di uscita sulla quale però non abbiamo certezze.

Non ci si può rifugiare dietro certezze scientifiche che non esistono. Già in marzo in un articolo pubblicato in The lancet Infectious Diseases Joseph Lewnard e Nathan Lo (2020) facevano notare che non sono etiche imposizioni ai cittadini con risvolti delicati senza avere alle spalle certezze scientifiche e previsioni affidabili. Si riferivano ai decreti per il distanziamento sociale, cioè a qualcosa di molto meno aggressivo della vaccinazione di massa. Senonché coprirsi dietro il paravento della scienza per governanti e vertici istituzionali, della sanità in particolare, è un modo per evitare di ammettere i propri limiti. Ma c’è di più: le autorità, se sono trasparenti, perdono il controllo, in qualche misura rinunciano al paternalismo che tradizionalmente hanno e al potere sui cittadini.

A rigore, per agire in modo eticamente corretto, le autorità, dopo aver chiarito tutto con trasparenza, dovrebbero concordare le scelte con i cittadini, non imporle ai cittadini. Tra l’altro a quel punto, dopo aver chiarito, le imposizioni incontrerebbero verosimilmente più resistenze. Nasce però il problema che buona parte della popolazione potrebbe rifiutare la vaccinazione, magari proprio perché adesso è ben informata. Di qui strategie di manipolazione menzognera, eticamente assai riprovevoli. Si tiene nascosta la verità, si cerca di mantenere il silenzio mettendo a tacere studiosi che esprimono perplessità o ostracizzando i cittadini dubbiosi. Intanto si alimenta l’illusione che, grazie alle risorse di una scienza falsamente esaltata, la soluzione è vicina.

Si pone poi un serio interrogativo etico sulla limitazione della libertà. Davvero è moralmente giustificabile portare a vaccinarsi chi non è convinto? Teniamo presente che nella vaccinazione di massa siamo in fase 4. Detto diversamente, stiamo ancora sperimentando e chiediamo alle persone di partecipare a una sperimentazione in cui controllare efficacia ed effetti dannosi. Come abbiamo detto sopra, la cosa è accettabile finché si tratta, come in esperienze passate, di vaccinazioni mirate per una malattia grave, ma qui parliamo di una vaccinazione estesa a livello mondiale per una malattia che fa danni soprattutto per l’alta contagiosità e le ricadute socio-economiche. In una situazione del genere è lecito limitare la libertà personale?

A riguardo è bene aver chiaro che limitiamo la libertà personale sia quando obblighiamo a vaccinarsi, sia se ricorriamo a una persuasione manipolatoria menzognera o addirittura a una coercizione mascherata come persuasione. È il caso del “patentino dei vaccinati”. Tra persuasione e coercizione il confine non è netto (Perloff R. M., 1993). Quando minaccio qualcuno chiedendogli di fare qualcosa, siamo nella coercizione se l’altro pensa di non avere scelta, altrimenti, se ritiene di avere scelta, siamo nella persuasione. Così per le persone che avvertono la necessità di fare cose consentite solo a chi ha il “patentino” introdurre questo è coercizione. Per le altre, per quelle che non considerano essenziali certe esigenze, è persuasione. Sul piano etico è comunque grave mascherare una coercizione e farla apparire come opera persuasiva. Possiamo avere l’impressione che con la strategia del”patentino” rispettiamo le libertà personali, in fin dei conti lasciamo una scelta. In realtà non è così: tutto dipende dalla condizione in cui l’altro è.

L’interrogativo sulla libertà personale apre la questione dell’approccio etico adottato. Nell’etica delle conseguenze un’azione è giusta se gli effetti che produce sono positivi. Secondo l’utilitarismo, che si affaccia in filosofia nel Settecento, il bene è, nelle parole di Hutcheson, “la maggior felicità per il maggior numero di persone”. Così, se con la vaccinazione dovessimo ottenere un beneficio per la maggior parte delle persone, siamo stati giusti, anche se manipolatori e falsi e se abbiamo limitato la libertà personale.

L’etica dei principi, che ritroviamo in Tommaso D’Aquino, nel giusnaturalismo, in Kant e che ha notevole peso nella cultura occidentale, sostiene che bisogna rifarsi a valori fondamentali che gli uomini hanno e ai quali idealmente improntano i loro comportamenti. Il rispetto dell’autonomia delle persone è uno di questi ed è alla base di un diritto umano che non va calpestato. Perciò la vaccinazione non può essere imposta, non è fattibile a meno che non ci sia un consenso informato o una decisione condivisa, SDM (Shared Decision Making), pratica che coinvolge gli interessati ancor più del consenso informato (per maggiori informazioni sull’SDM clicca qui). L’etica dei principi condanna anche le menzogne, le manipolazioni menzognere, il ricorso a espedienti retorici scorretti nella comunicazione ai cittadini.

Entrambi gli approcci hanno dei limiti. L’etica dei principi rischia di farci scivolare nella rigidità e in un difetto di senso pratico, specie di fronte a novità che sfidano l’umanità, come nel caso del COVID-19. L’etica delle conseguenze consente di essere più elastici, ma, come nota il filosofo contemporaneo Alfred Cyril Ewing, può dar luogo a “molti più imbrogli, menzogne e azioni inique di quanti un qualsiasi uomo buono possa tollerare”. Si direbbe proprio ciò cui stiamo assistendo nella vicenda della pandemia: a ben guardare in molti paesi, tra cui il nostro, siamo ormai a livelli intollerabili. È interessante che ritroviamo l’analisi dei due approcci etici in una lettera al direttore di Clinica Chimica Acta sulla vaccinazione obbligatoria degli operatori sanitari scritta da Raffick A.R. Bowen (2020) del Dipartimento di Patologia della Stanford (vai all'articolo).

Che dire del fatto che alternative possibili esistono?

La scelta è tra rischiare una catastrofe mondiale o scommettere sulla vaccinazione a patto che non ci siano altre alternative. Se esistono, le opzioni non sono più solo queste due.

Una terza opzione ragionevole è prendere tempo con una gestione efficace e intelligente della pandemia e nel caso servirsi del vaccino se e quando dovessimo avere garanzie. Come ho cercato di chiarire in un precedente articolo su questa rivista (vai all'articolo), l’obiettivo da raggiungere è l’herd immunity, l’immunità di gregge, una quota di popolazione immune tale che l’epidemia si spegne, che ci si arrivi con la vaccinazione o per vie naturali, vale a dire perché abbastanza persone si infettano (Di Giovanni P., 2020).

Teoricamente possiamo arrivare all’herd immunity per vie naturali lasciando andare l’epidemia, ma la cosa avrebbe conseguenze disastrose.  Invece di lasciare andare l’epidemia possiamo adottare misure rigorose per ridurre il più possibile i contagi in attesa che una vaccinazione di massa metta fine all’epidemia. È la via seguita dalla maggior parte dei paesi occidentali. Con questo approccio il vaccino diventa una risorsa fondamentale, quella su cui ultimamente facciamo affidamento, e che dobbiamo augurarci arrivi presto. Le misure rigorose infatti non sono sostenibili a lungo. Provocano un tipico andamento dell’epidemia a ondate successive, col susseguirsi estenuante di lunghi periodi di crisi dei sistemi sanitari, dell’economia e della vita sociale.

C’è però una terza strategia: seguire una via di mezzo. Non lasciamo andare l’epidemia e neppure cerchiamo disperatamente di bloccarla. Ci sforziamo di gestire l’epidemia in modo da mantenere costantemente un tasso di casi tollerabile per il sistema sanitario ed evitare restrizioni che danneggiano economia e vita sociale. In un certo senso consideriamo il COVID-19 una malattia cronica da gestire nel tempo, piuttosto che una malattia acuta da aggredire e di cui liberarsi in fretta. L’approccio è intelligente perché guarda con realismo al futuro, immaginando scenari razionalmente prevedibili, senza lasciarsi prendere dall’ansia di fare i vigili del fuoco per poi magari scoprire che spegnere il fuoco non è così semplice.

Se seguiamo questa via, puntiamo a raggiungere l’immunità di gregge nel tempo. Continuiamo ad avere casi di COVID-19, ma in misura tollerabile. Per noi questa, fino a che non ce ne libereremo, diviene una malattia che si aggiunge alle altre che affliggono l’umanità. In un’ottica del genere il vaccino non è la panacea, ma più modestamente un supporto che può contribuire a raggiungere l’immunità di gregge. Non abbiamo fretta di disporne e possiamo aspettare ad usarlo fino a che non avremo sufficienti garanzie di efficacia e sicurezza.

La Svezia si è mossa con questa visione intelligente del problema. Tuttavia fino ad ora non è riuscita a contenere i tassi di morbilità e mortalità a livelli soddisfacenti. Evidentemente per seguire questa via dobbiamo imparare a gestire l’epidemia in maniera ottimale, in modo da portarcela avanti nel tempo con un numero accettabile di casi e decessi e senza sconvolgimenti. Abbiamo bisogno di affinare metodologia e interventi. A riguardo un modello cui guardare è il caso del Giappone, che ha ottenuto risultati straordinari pur con misure morbide e senza gettare nella crisi economia, politica e vita sociale. Stranamente se ne parla poco, per cui ho sentito l’esigenza di pubblicare un libro sull’argomento, dal titolo COVID-19: vogliamo parlare del Giappone? (Di Giovanni P., 2020).

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Attenti allo scientismo

In aprile 2020 sul canale youtube di Really New Minds abbiamo pubblicato un video in cui io e una mia allieva dialogando ragioniamo sul pericolo di scivolare nello scientismo durante la vicenda della pandemia. Possiamo definire lo scientismo come la tendenza a sopravvalutare la scienza e a estenderla erroneamente ad ambiti in cui non può darci risposte. È uno dei comuni fraintendimenti della scienza, che troviamo descritti nel libro Capire la scienza (Bianchi A. e altri, 2016).

La scienza, sebbene rappresenti una risorsa fondamentale, è limitata, più di quanto immaginiamo. Le conoscenze scientifiche sono parziali, non ci dicono tutto quello che vorremmo sapere, ma più modestamente, come dice Einstein, sono “utili a mettere ordine nelle cose”. Le verità scientifiche poi sono precarie, perché la ricerca avanza e oggi corre veloce, per cui quello che era vero ieri non lo è più oggi. Questi limiti sono significativi nel caso del COVID-19: siamo di fronte a qualcosa di nuovo, di cui sappiamo molto poco, e i ricercatori corrono.

C’è un altro limite della scienza, particolarmente importante nel caso della pandemia in atto. La scienza non è qualcosa di astratto, di sovraumano. Come ammonisce Einstein, capita che “ne dimentichiamo le origi terrestri”. Ci basta riflettere sul fatto che la ricerca viene progettata e portata avanti in contesti storico-sociali che possono influenzarla e distorcerla. Nel caso degli studi sul vaccino, ad esempio, abbiamo i condizionamenti delle case farmaceutiche, come dei governi, preoccupati tra l'altro di salvaguardare la propria immagine e il rapporto con la popolazione, delle istituzioni e professioni sanitarie che vedono minacciata la credibilità e il potere del passato. Anche per chi è impegnato nella ricerca la sfida, la gravità della situazione e l’urgenza possono risultare controproducenti.

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Forse il limite più importante è che la scienza non ha voce in capitolo nelle nostre decisioni. Può fornirci, per dirla ancora con Einstein, concetti utili a mettere ordine nelle cose del mondo, ma poi le decisioni sulla nostra vita sta a noi prenderle. Quando ci illudiamo che la scienza possa dirci che cosa fare cadiamo in un errore che il filosofo del Settecento Hume ha chiamato “fallacia del naturalismo”. Le conoscenze scientifiche – osserva Hume -  non dicono nulla su ciò che è giusto o ingiusto, descrivono semplicemente le cose come di fatto sono. Max Weber, uno dei padri della sociologia, con molta chiarezza precisa che la scienza ci aiuta a decifrare la realtà, ma poi le decisioni vanno prese da chi deve prenderle con coscienza e saggezza. Nel caso del vaccino questo è un concetto chiave. Da nessuna parte in scienza è scritto che la scelta da prendere è iniziare presto la vaccinazione di massa. Dobbiamo esaminare con attenzione quel poco che la scienza può dirci per capire meglio le cose e poi decidere con coscienza e saggezza.

Attenti a derive autoritarie

All’orizzonte si intravvede lo spettro di una deriva autoritaria scientista. Siamo portati a pensare che i regimi autoritari siano avversi al popolo e che cerchino il dominio per se stesso. In realtà cercano il bene del popolo, solo che i governanti si arrogano il diritto di decidere al posto del popolo su questioni che giudicano essenziali per il suo bene. Diversamente da quello che accade nei totalitarismi, il leader o il gruppo dirigente lasciano che la società civile continui a esistere così com’è, ma la escludono dalle scelte politiche e si assumono la responsabilità di decidere al suo posto tenendola sotto controllo (Linz J., 1975). L’impostazione è utilitaristica, pragmatica: lo scopo è raggiungere obiettivi pratici senza l’intralcio di divergenze politiche.

Nel momento attuale, in molti paesi occidentali, tendenze autoritarie si vedono, almeno limitatamente all’obiettivo di gestire la pandemia. Si tratta di un autoritarismo scientista, dato che alle spalle ha un’ideologia che mitizza la scienza e non tiene nel dovuto conto i seri limiti che questa ha. Anche se i comportamenti autoritari sono circoscritti a un obiettivo preciso, che è chiaramente importante per tutti, l’affacciarsi di tendenze autoritarie è comunque preoccupante. Come ho cercato di chiarire in un precedente articolo pubblicato su questa rivista (Di Giovanni P., 2020), viviamo in un momento storico in cui gli Stati democratici e di welfare sono già da tempo in crisi e in qualche modo sopravvivono (vai all'articolo). La pandemia rappresenta una minaccia che, specie se protratta nel tempo, potrebbe favorire cambiamenti radicali e derive.

Parisio Di Giovanni

RIFERIMENTI

Bar Zeev N. (2020) COVID-19 vaccines: early success and remaining challenges. The Lancet Comment, 396, 10255, 868-869.

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